• MAMMA, SON CHI IN DE TI'... di Giovanni Barrella


    Mamma, son chì in de tì… Hinn settantun
    e son vegnuu a trovatt, al cimiteri,
    ’me foo ogni ann, quand me ne passa vun.
    E chì, in stoo sìt*, lontan di trebuleri*,
    davanti a tì, me senti piscinin,
    ’me fussi diventaa ancamò on fiolin*.

    Te vedet, mamma, gh’hoo i cavej tutt bianch
    e l’anima strasciada su a tocchej*.
    Ma el soo che tì i cavej ti guardet nanch,
    o te fee mostra* nanca de vedej.
    Ti non te gh’hee che oeucc per el mè maa,
    ’me quand, bagaj, gh’avevi on quaj bobaa*.

    Serom felici, mamma, a quij temp là!
    La cà del nonno, el papà official,
    i tò bagaj* che ravanava* in cà,
    la vitta la faseva el cors normal
    senza fastidi gross, senza velen,
    ’me fussom staa miss chì per voress ben.

    Poeu dopo!… Dopo è cominciaa l’arlia*.
    È mort el nonno, la nonna, el papà…
    La casa pienna de malinconia,
    e tì, che non t’hee faa che trebulà,
    on brutt dì te see missa in d’on lettin
    e te see andada via ’me on passarin.

    E inscì son restaa soll, perché i fradej
    s’hinn rangiaa tutti a viv col commercià.
    Ma mi, cont el coo pien de zaccarej*,
    per corregh adree ai nivol, per sognà,
    sont andaa, marabiand*, adree ai mè sogn
    che m’hann tiraa tutt l’anima carpogn*.
    ………………………………………...

  • MAMMA SONO QUI DA TE... (traduzioni dell'autore)


    Mamma, sono qui da te… Sono settantuno

    e son venuto a trovarti al cimitero,

    come faccio tutti gli anni, quando ne passa uno.

    E qui, in questo posto, lontano dalle tribolazioni,

    davanti a te mi sento piccino,

    quasi fossi diventato ancora un ragazzino.

     

    Lo vedi, mamma, ho i capelli bianchi

    e l’anima stracciata a pezzettini.

    Ma so che tu, i miei capelli non li guardi nemmeno,

    o fai finta di non vederli.

    Tu non hai occhi che per il mio male,

    come quando da piccolo, avevo qualche bua.

     

    Eravamo felici, mamma, a quei tempi!

    La casa del nonno, il papà ufficiale,

    i tuoi ragazzini, che scorrazzavano frugando in casa…

    la vita faceva il suo corso normale

    senza fastidi grossi, senza veleno,

    come fossimo stati messi al mondo per volerci bene.

     

    Dopo… Dopo è cominciata la mala sorte.

    Morì il nonno, la nonna, il papà…

    La casa piena di malinconia,

    e tu, che non avevi fatto che tribolare,

    un brutto giorno ti sei messa a letto

    e sei morta come un passerino.

     

    E così restai solo, perché i fratelli

    si sono arrangiati a vivere col commerciare.

    Ma io, con la testa piena di ubbie, (mandorle legnose)

    per correre dietro alle nuvole, per sognare,

    sono andato annaspando, inseguendo i miei sogni

    che mi hanno ridotto l’anima come un pottiniccio.

    …………………………………………………...

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    Invitiamo i nostri lettori ad andare a trovare come prosegue questa bella poesia in dialetto,

     

    se interessati, chiedetemela, e se possibile, la invierò.

     

     

     

    Alcuni chiarimenti del testo:

     

    ...sit... .posto. ...tribuleri. .tribolazioni. ...fiolin. . ragazzino. ...tocchej… .pezzettini.

     

    ...te fee mostra. ..fai finta. ...quaj bobaa… .qualche bua. ...tò bagaj… tuoi ragazzini.

     

    ...ravanaven… . frugaven. ...l’arlia… .la mala sorte. ...te see andada via… . sei morta.

     

    ...’me on passarin… . come un uccellino. ...pienna de zaccarej… . Piena di ubbie.

     

    ...marabiand… . annaspando. ...carpogn… . pottiniccio.

     

     

     

    Giovanni Barrella, nato a Milano il 30 novembre 1884, morto a Erba il 23 Settembre 1967.

     

    Poeta, autore teatrale, pittore e attore. Amava e scriveva molto in dialetto milanese.

     

     

     

    Il padre era salernitano e la madre milanese. Frequenta Brera saltuariamente fra il 1906 e il 1910 e, contemporaneamente, la Scuola di Recitazione dell'Accademia dei Filodrammatici ma poi interrompe gli studi per entrare nella Compagnia teatrale Carlo Rota e poi in quella di Edoardo Ferravilla (suo grande maestro), tentando anche di dar vita a compagnie proprie, per recitare le proprie commedie dialettali. Recita anche nei vari teatri italiani. Nel 1914 diventa anche ballerino, esibendosi in danze ultra-moderne. Ma la sua iperattività lo fa ammalare e per circa sei mesi fra il 1914 e il 1915 resta ricoverato in un sanatorio. Intanto dipinge e disegna ed ha successo come caricaturista. Nel 1922 sposa a Milano la giovane attrice Eugenia Pogliani. Dal 1950 si dedicherà prevalentemente alla regia teatrale. Nell'estate del 1967, già sofferente di diabete, viene colpito da un'infezione renale, viene ricoverato nell'ospedale di Erba perché lì nei pressi vivono i suoi cari amici Airoldi e vi muore il 23 settembre. Viene però tumulato nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale di Milano.